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il nuovo campo sportivo in erba sintetica

LA STORIA DI SAN GIOVANNI BOSCO
Don
Bosco nasce quando ancora non sono passati trent'anni dalla Rivoluzione
francese, l'anno stesso in cui, con il congresso di Vienna, tramonta il
mito napoleonico (1815). Già in tutto il secolo precedente (il cosiddetto
"secolo dei lumi") la fede ha subito attacchi e irrisioni con una
programmata offensiva condotta in nome di una ragione divinizzata che
pretende di lottare contro tutto ciò che chiama "superstizione".
Nel secolo XIX l'attacco è ormai mescolato, in modo spesso assai
intricato, con le questioni sociali e con le questioni nazionali.
Non è possibile, nemmeno lontanamente, descrivere il tempo di don Bosco:
tempo di prima industrializzazione, di moti risorgimentali, di
restaurazioni e di rivoluzioni; in ogni caso di turbamenti per noi
inimmaginabili. Per facilitare soprattutto i più giovani, possiamo
accostate il nome di don Bosco a quello dei suoi contemporanei più
prestigiosi.
Quando muore Hegel, il filosofo dell'idealismo, don Bosco ha 16 anni.
Comte - che vorrà fondare la nuova religione dell'umanità - ha 17 anni più
del nostro Santo. Feuerbach ha invece 11 anni di più, Darwin 6 anni, Marx
5 di meno, Dostoevskij 6 anni, Tolstoj 13.
In Italia quando don Bosco nasce, Foscolo ha 37 anni, Manzoni ha 30 anni,
Leopardi 17, Mazzini 10, Garibaldi 8.
Pio IX, Leone XIII, Vittorio Emanuele II, Cavour, Rattazzi, Crispi,
Rosmini gli sono amici.
Lo stesso anno in cui don Bosco muore, nella stessa città, a Torino,
Nietzsche viene definitivamente colto da follia.
Molti di questi nomi don Bosco non li ha neppure conosciuti.
Il letterato più celebre che incontrò - in due colloqui segreti a Parigi,
convertendolo, secondo la testimonianza di don Bosco stesso - fu Victor
Hugo.
Ma non c'è dubbio che il mondo in cui don Bosco visse era esattamente
quello che veniva agitato da tutto questo insieme di influssi. In esso don
Bosco fece le sue scelte, coltivò certe idee e ne rifiutò altre, a volte
assunse acriticamente certe impostazioni del suo tempo. Sarebbe assurdo
immaginarlo diversamente.
In tutto questo ribollire di persone, avvenimenti, idee, progetti,
restaurazioni e rivoluzioni - tempo in cui la Chiesa è stata considerata
qualche volta alleata e più spesso nemica da opprimere, e in cui
l'anticlericalismo ha toccato punte inverosimili - si nota tuttavia un
fenomeno diverso che già allora fece piegare il capo anche ai nemici: la
santità. Una santità abbondante molteplice quella soprattutto dei
cosiddetti "evangelizzatori dei poveri"; una santità trasferita nel bel
mezzo di una città in rapida evoluzione, una santità che si trascina
appresso un flusso travolgente di esperienze e fenomeni soprannaturali.
Si può prendere un episodio della vita di don Bosco e passarlo al
microscopio trovando una documentazione non del tutto perfetta. In
compenso ce ne sono subito presenti altri mille sostenuti da decine e
decine di testimonianze d'ogni genere.
Prendiamo, ad esempio, come punto di riferimento quel 1848 che passò alla
storia come l'anno dei grandi turbamenti, l'anno della prima guerra
d'indipendenza.
A Torino il seminario si svuota. Più di 80 chierici, in reazione
all'arcivescovo, durante la Messa di Natale, si sono schierati nel
presbiterio del Duomo con la coccarda tricolore sul petto e, allo stesso
modo hanno partecipato ai festeggiamenti per lo Statuto.
L'anno successivo l'arcivescovo è arrestato e imprigionato. In città si
scatenano le bande anticlericali che assaltano i conventi. I preti si
dividono in preti patrioti e preti reazionari. Il governo intanto prepara
una legge per sopprimere tutti i conventi. La legge, che sopprimerà 331
case religiose per un totale di 4.540 religiosi, verrà firmata nel 1855.
Sono solo alcuni gravi episodi tra mille altri; eppure in quegli stessi
anni a Torino vivono e operano contemporaneamente - amici e collaboratori
tra loro - san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso (il prete dei
carcerati e dei condannati a morte, che dirige spiritualmente san Giovanni
Bosco), san Giuseppe Benedetto Cottolengo (il prete dei malati incurabili
che diceva d'essere il "manovale della Provvidenza"). Per un certo tempo
don Bosco gli dà una mano, poi seguirà la sua strada. Il Cottolengo un
giorno gli prende tra le dita un lembo della veste e gli dice
profeticamente:
"E' troppo leggera. Procuratevi una veste più resistente perché molti
ragazzi si appenderanno a questo abito".
C'è poi una ragazza di vent'anni più giovane di don Bosco. Costui la
incontra nel 1864: diverrà la fondatrice delle Figlie di Maria
Ausiliatrice: Santa Maria Mazzarello.
Nel 1854 entra nell'oratorio di don Bosco un ragazzo di una rara
profondità interiore. E l'anno della proclamazione dell' Immacolata: quel
bambino è innamorato di questo mistero mariano. Diventa santo a 15 anni:
Domenico Savio.
Un altro ragazzino diventerà successore di don Bosco, anche lui proclamato
beato da poco: Beato Michele Rua.
Un altro ancora, che passa all'oratorio 3 anni ("la stagione felice della
mia vita", quando sa che don Bosco è in fin di vita ha allora 16 anni),
offre a Dio in cambio la sua giovane esistenza. Diventerà il Beato Luigi
Orione, anch'egli fondatore di una congregazione per bambini poveri (è
quel prete di cui parlò Silone in un suo celebre racconto autobiografico).
Dirà di don Bosco: "Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una
volta e dirgli grazie".
Un altro giovane prete, don Federico Albert, predica i primi esercizi
spirituali a una cinquantina di ragazzi, tra i quali don Bosco vuol
scegliere i suoi collaboratori. Oggi anche quel predicatore è un "Beato"
Sono già otto santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa (per non dire
di decine d'altri rimasti anonimi) che si incontrano e si parlano e si
capiscono come l'amico incontra l'amico. E attorno a loro che il
soprannaturale si ramifica con manifestazioni innumerevoli e commoventi,
come se Dio intendesse mostrare - mentre la Chiesa soffre per i peccati
suoi e altrui e si dibatte in problemi intricatissimi - il sangue vivo e
caldo che scorre nel suo corpo ecclesiale e lo Spirito che l'anima dentro
la sua corporea pesantezza.
Nella vita di don Bosco s'incontra ogni tipo di fenomeni miracolosi: sogni
profetici, visioni, bilocazioni, capacità di intuire i segreti dell'anima,
moltiplicazioni di pani e di cibo e di ostie, guarigioni, perfino
risurrezioni di morti.
Ricorderò solo due episodi che ebbero una gran risonanza per il loro
riflesso pubblico nella società del tempo il primo episodio è non solo
triste, ma terribile.
Quando il re è indeciso se firmare la legge di soppressione dì tutti i
conventi - legge che gli attirerà la scomunica da parte della Santa Sede -
don Bosco "sogna" che un valletto di corte gli annuncia:
"Grandi funerali a corte".
Ne parla a tutti i suoi collaboratori. Scrive una lettera al re per
avvertirlo "che pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati
castighi, e dl impedire a qualunque costo quella legge".
Questa la successione dei fatti. L'avvertimento di don Bosco e del
dicembre del 1851. Il 12 gennaio 1855 muore la Regina Madre, Maria Teresa,
a 54 anni. Il 20 gennaio muore la Regina Maria Adelaide, moglie del re, a
33 anni. L'11 febbraio muore il fratello del re, principe Ferdinando di
Savoia, a 33 anni. Il 17 maggio muore l'ultimo figlio del re, di appena 4
mesi.
Il re è furioso con don Bosco. Il 29 maggio, consigliato perfino da alcuni
preti, firma comunque la legge.
Ognuno giudichi come vuole, ma i contemporanei restarono allibiti.
L'altro episodio è invece commovente: nell'estate 1854 a Torino scoppia il
colera che ha il suo epicentro a Borgo Dora, dove si ammassano gli
immigrati, a due passi dall'oratorio di don Bosco. A. Genova ha già fatto
3.000 vittime In un solo mese, a Torino, 800 colpiti e 500 morti. Il
sindaco rivolge un appello alla città, ma non si trovano volontari per
assistere i malati né per trasportarli al Lazzaretto. Tutti sono presi dal
panico. Il giorno della Madonna della Neve (5 agosto) don Bosco raduna i
suoi ragazzi e promette: "Se voi vi mettete tutti in grazia di Dio e non
commettete nessun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà
colpito dalla peste" e chiede loro di dedicarsi all'assistenza degli
appestati.
Tre squadre: i grandi a servire nel Lazzaretto e nelle case, i meno grandi
a raccogliere i moribondi nelle strade e i malati abbandonati nelle case.
I piccoli in casa disposti alle chiamate di pronto intervento.
Ognuno con una bottiglietta di aceto per lavarsi le mani dopo aver toccato
i malati. La città, le autorità, anche se anticlericali, sono sbalordite e
affascinate. L'emergenza finisce il 21 novembre. Tra agosto e novembre a
Torino ci sono stati 2.500 appestati e 1.400 morti. Nessuno dei ragazzi di
don Bosco si ammalò.
Sono solo due episodi utili a far percepire qualcosa del clima in cui
viveva don Bosco e in cui vivevano, come in qualcosa di palpabile, i
ragazzi e i collaboratori che stavano con lui, attratti non dalla sua
magia, ma dalla sua familiarità con Dio. Questa è la spiegazione
cattolica. Chi la nega per principio, poi deve necessariamente accumulare
mille e una spiegazione alternativa.
Quando nel 1884 don Bosco venne intervistato da un reporter del Journal de
Rome (è il primo santo della storia che sia stato sottoposto a questa
tecnica giornalistica inventata nel 1859 da un americano), gli verranno
poste, tra le altre, queste domande:
D Per quale miracolo lei ha potuto fondare tante case in tanti paesi del
mondo?
R Ho potuto fare più di quello che speravo, ma il come non lo so neppure
io.
La Santa Vergine, che sa i bisogni dei nostri tempi, ci aiuta...
D Permetta un'indiscrezione: di miracoli ne ha fatti?
R Io non ho mai pensato ad altro che a fare il mio dovere. Ho pregato e ho
confidato nella Madonna...
D Che cosa pensa delle condizioni attuali della Chiesa in Europa, in
Italia, e del suo avvenire?
R Io non sono un profeta. Lo siete invece tutti voi giornalisti. Quindi è
a voi che bisognerebbe domandare che cosa accadrà. Nessun,o eccetto Dio,
conosce l'avvenire. Tuttavia, umanamente parlando, c'è da credere che
l'avvenire sia grave. Le mie previsioni sono molto tristi, ma non temo
nulla. Dio salverà sempre la sua Chiesa, e la Madonna, che visibilmente
protegge il mondo contemporaneo, saprà far sorgere dei redentori.
Ma chi era dunque don Bosco?
Per parlare di lui, bisogna cominciare a parlare della madre: una povera
contadina che non sapeva né leggere né scrivere, rimasta vedova quando
Giovanni ha due anni e che deve lottare a denti stretti, in tempi di
carestia e di disgrazia, per tenere unita la sua Famiglia. Ciò che ella
conosce é elementare: alcuni brani della Scrittura a memoria e gli episodi
del Vangelo; i principi fondamentali della vita cristiana ("Dio vede anche
nei tuoi pensieri"); il paradiso e l'inferno; il valore redentivo della
sofferenza; uno sguardo fiducioso alla Provvidenza; i Sacramenti e il
Rosario.
Ascoltiamo però don Bosco stesso: "Ricordo che fu lei a prepararmi alla
prima confessione. Mi accompagnò in Chiesa, si confessò per prima, mi
raccomandò al confessore e dopo mi aiutò a fare il ringraziamento.
Continuò ad aiutarmi fino a quando mi credette capace di fare da solo una
degna confessione".
Ancora don Bosco: "Nel giorno della prima Comunione in mezzo a quella
folla di ragazzi e di gente era quasi impossibile conservare il
raccoglimento. Mia madre al mattino non mi lascio parlare con nessuno. Mi
accompagnò alla Sacra mensa. Fece con me la preparazione e il
ringraziamento. Quel giorno non volle che mi occupassi dì lavori
materiali. Occupai il tempo nel leggere e nel pregare. Mi ripeté più volte
queste parole: Figlio mio, per te è stato un grande giorno. Sono sicura
che Dio è diventato il padrone del tuo cuore. Promettigli che ti
impegnerai per conservarti buono per tutta la vita...".
Ed è la stessa donna che, quando si parla di una possibile vocazione
religiosa del figlio, gli dice: "Se ti facessi prete e per disgrazia
diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua".
E il giorno dell'ordinazione sacerdotale: "Ora sei prete, e sei più vicino
a Gesù. Io non ho letto i tuoi libri, ma ricordati che cominciare a dir
messa vuol dire cominciare a soffrire. D'ora in poi pensa solo alla
salvezza delle anime e non prenderti nessuna preoccupazione di me".
Quando avrà appena incominciato a far la nonna dei nipotini datigli
dall'altro figlio, con una relativa tranquillità, Giovanni andrà da lei e
le dirà: "Un giorno avete detto che se diventavo ricco non sareste mai
venuta a casa mia. Ora invece sono povero e carico di debiti. Non verreste
a fare da mamma ai miei ragazzi?".
Mamma Margherita risponderà soltanto umilmente: "Se credi che questa sia
la volontà di Dio...".
E passerà gli ultimi dieci anni della sua vita (1845-1856) a fare da mamma
a decine e centinaia di figli non suoi, ma che quel figlio prete le
conduce da parte di Dio, fino a sfInirsi, prendendo forza - quando non ne
può più - da uno sguardo umile e paziente rivolto al crocifisso.
I santi nascono e crescono cosi.
Fin da piccolo Giovanni Bosco ha fatto un sogno che, perfino durante il
sonno gli sembrava "impossibile": cambiare delle piccole "belve" in figli
di Dio; e da allora un impulso interiore lo spinge a dedicarsi alla
gioventù abbandonata.
Per loro ha voluto ad ogni costo diventare prete, studiando fuori età,
sorretto da una memoria prodigiosa, superando umiliazioni e fatiche d'ogni
genere.
Negli anni di studio ha trovato tempo - per mantenersi o per passione - di
fare il pastore, il giocoliere e il saltimbanco, il sarto, il fabbro
ferraio, il barista e il pasticciere, il segnapunti al tavolo deI
biliardo, il suonatore di organo e di spinetta. Più avanti farà anche lo
scrittore e il compositore di canzoni.
Ma preoccuparsi degli altri ragazzi privi di pane, di istruzione e di
fede, gli sembrava - come egli stesso scrive - " l'unica cosa che dovessi
fare sulla Terra ". E questo " fin da quando avevo cinque anni ".
...Torino a quel tempo è presa dalla febbre della prima
industrializzazione. Gli immigrati si contano a decine di migliaia, nel
1850 si parla addirittura di 50.000 o 100.000 immigrati. Si cominciano a
costruire case su case. La città è invasa da bande di ragazzi che si
offrono per tutti i lavori possibili (ambulanti, lustrascarpe,
fiammiferai, spazzacamini, mozzi di stalla, garzoni...) e non sono
protetti da nessuno. Si formano vere e proprie bande che infestano i
sobborghi, soprattutto nei giorni festivi in cui non si lavora.
I primi accostati da don Bosco sono muratori, scalpellini, selciatori e
simili.
Molti ragazzi si danno al furto e finiscono, prima o poi, nelle carceri
della città.
Anche altri preti giovani del tempo hanno intanto cominciato a
preoccuparsi dei ragazzi abbandonati, ma si lasciano trascinare dai
problemi politici e la loro opera viene travolta. Uno di essi - molto noto
a Torino -, persuaso di "seguire il popolo", ha condotto i suoi duecento
giovanotti a prendere parte alla battaglia di Novara. È una disfatta in
tutti i sensi.
Don Bosco non guarda in faccia nessuno, preoccupato solo dei suoi ragazzi.
Li raccoglie in un oratorio, se li trascina dietro nella continua ricerca
di un luogo abbastanza capace per poterne ospitare un numero sempre
crescente. Deve combattere su molti fronti contemporaneamente. I politici
sono preoccupati del potenziale rivoluzionario rappresentato da quelle
bande di giovinastri che obbediscono, a centinaia, a un solo cenno di don
Bosco. L'oratorio è insistentemente sorvegliato dalla polizia. Alcuni ben
pensanti "pensano" che l'oratorio sia un centro d'immoralità. I parroci
della città sono preoccupati perché vedono distrutto il "principio
parrocchiale". Se si deve fare l'oratorio, bisogna farlo nelle parrocchie.
L'accusa è: "I giovani si staccano dalle parrocchie".
Don Bosco è messo sotto accusa: i parroci d'altronde pensano ancora a
un'epoca tramontata, quando i giovani immigrati si presentavano con un
biglietto di raccomandazione del proprio parroco d'origine per essere
accolti.
D'altra parte gli oratori parrocchiali - quelli che esistono - sono solo
festivi e don Bosco li immagina quotidiani, con una compromissione totale
del prete. Solo questo fa sì che i parroci sospendano prudentemente il
loro giudizio e la loro offensiva.
Insistono però almeno che don Bosco indirizzi successivamente i suoi
giovani alle rispettive parrocchie.
Ma sono ragazzi che non si avvicinerebbero mai a una parrocchia, e per di
più - cosa ancora più seria e sempre difficile da capire per chi sta al di
fuori - l'oratorio di don Bosco è solo secondariamente una struttura o un
luogo. Sostanzialmente l'oratorio è don Bosco stesso, la sua persona, la
sua energia, il suo stile, il suo metodo educativo: e questo non lo si può
trasportare da una parrocchia all'altra. Per fortuna l'Arcivescovo decide
di visitare personalmente l'Oratorio. Passa una giornata piena d'allegria
e si diverte di gusto ("non ho mai riso tanto in vita mia", dirà). Dà la
Comunione a più di trecento ragazzi e poi la Cresima, fiero di tanta
gioventù, anche se alzandosi con tutta la mitria picchia energicamente il
capo sul soffitto della bassa costruzione.
Per sua decisine tutti i verbali delle cresime vengono raccolti dalla
Curia e invitati successivamente ai rispettivi parroci: così l'Oratorio è
praticamente accettato come "la parrocchia dei ragazzi che non hanno
parrocchia".
Con una significativa sottolineatura teologica, don Bosco dice che l'abate
Rosmini - suo entusiasta Sostenitore - " paragonava la nostra opera alle
missioni che si aprono in terra straniera ".
Un altro versante di lotta per don Bosco è con i cosiddetti "preti
patrioti", che tentarono gravemente di politicizzare i suoi ragazzi, per
lanciarli nelle lotte risorgimentali.
"Nell'anno 1848 - scrisse - ci fu un tale pervertimento di idee e di
opinioni che non potevo più nemmeno fidarmi dei collaboratori domestici.
Ogni lavoro casalingo doveva quindi essere fatto da me. Toccava a me fare
cucina, preparare a tavola, spazzare la casa, spaccare la legna,
confezionare camicie, calzoni, asciugamani, lenzuola e rammendarli quando
si strappavano. Sembrava una perdita di tempo invece trovai in quell'attività
una possibilità d'aiutare i giovani nella loro vita cristiana. Mentre
distribuivo il pane, scodellavo la minestra, potevo con calma dare un buon
consiglio, dire una buona parola".
Su un altro versante ancora, la lotta era contro coloro che (ed erano
tanti, a un certo punto furono perfino gli amici) si convinsero che don
Bosco era veramente e irrimediabilmente impazzito.
Mentre con i suoi ragazzi traslocava ripetutamente da un misero luogo
all'altro, don Bosco parlava loro con assoluta convinzione di vasti
oratori, chiese, case, scuole, laboratori, ragazzi a migliaia, preti
numerosissimi a disposizione.
I ragazzi gli credevano, ripetevano le sue parole. Al contrario, perfino i
più affezionati amici lasciavano cadere le braccia: "Povero don Bosco, si
è tanto infatuato dei giovani che gli ha dato di volta il cervello".
Tutta Torino parlava del "prete pazzo". Si cercò perfino di internarlo,
con uno stratagemma.
L' amico più intimo del Santo, un altro prete, piangeva: "Povero don
Bosco, è proprio andato!".
"Tutti - scrive don Bosco - si tenevano lontani da me. I miei
collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi".
Ciò che sconvolgeva era soprattutto una cosa: a chi gli obiettava che la
realtà era infinitamente lontana dalle sue descrizioni "case, scuole,
chiese ecc." ed esasperato gli diceva: " ma dove sono queste cose? ",
rispondeva: " Non lo so, ma esistono, perché io le vedo ".
Intanto i ragazzi crescevano e preoccupavano sempre di più.
" "Devo riconoscere - scrive don Bosco - che l'affetto e l' obbedienza dei
miei ragazzi toccavano vertici incredibili ". Ma questo rafforzava la voce
che don Bosco, con i suoi giovani, poteva da un momento all'altro dare
inizio a una rivoluzione.
Bisogna riportarsi al clima politico di allora. Ma d'altronde non aveva
quell'uomo straordinario portato fuori dal carcere, sulla parola e senza
nessuna sorveglianza, per un giorno di sollievo, più di trecento giovani
carcerati, riconducendoli a sera senza che ne mancasse nemmeno uno.
Bisogna anche capire chi era don Bosco per loro. Un episodio lo rivela
sufficientemente.
Nel luglio deI 1846 egli ebbe uno sbocco di sangue e svenne, dopo una
massacrante giornata passata all'Oratorio.
In breve: è in fin di vita e riceve l'estrema unzione. Resta otto giorni
tra la vita e la morte.
In quegli otto giorni ci furono ragazzi che, sotto il sole rovente
lavorando sulle impalcature, non toccarono una goccia d'acqua, per
chiedere a Dio la sua guarigione. Si davano il cambio notte e giorno al
Santuario della Consolata per pregare per lui, dopo aver fatto le consuete
dodici ore di lavoro. Alcuni promisero di recitare il rosario per tutta la
vita. Altri di restare a pane e acqua per mesi, per un anno, qualcuno per
sempre.
I medici dicevano che quel sabato don Bosco sarebbe certamente morto. Gli
sbocchi di sangue erano ormai continui, Don Bosco guarì, impensabilmente.
Li ritrovò tutti - pallidissimo e senza forze - in una cappella. Disse
solo: "La mia vita la devo a voi. D'ora in poi la spenderò tutta per voi".
E passò il resto della giornata ad ascoltarli uno per uno per cambiare in
cose facili e possibili le promesse smisurate che essi avevano giurato a
Dio per la sua guarigione.
Non era solo un'affezione romantica, e idealizzata, era frutto di una vita
spesa in opere e opere.
Impossibile descriverla. Possiamo solo elencare alcuni dati.
Nel 1847, quando già centinaia di ragazzi frequentano l'Oratorio, alcuni
tra loro, che non sanno dove andare perché non hanno casa, cominciano a
vivere stabilmente con don Bosco e mamma Margherita.
I primi ospiti sono alloggiati in cucina. Saranno sei alla fine dell'anno;
trentacinque nel 1852; centoquindici nel 1854; quattrocentosessanta nel
1860; seicento nel 1862, fino ad un tetto di ottocento.
Nel 1845 don Bosco fonda la scuola serale, con una media di trecento
alunni ogni sera.
Nel 1847 un secondo oratorio.
Nel 1850 fonda una società di mutuo soccorso per operai.
Nel 1853 un laboratorio per calzolai e sarti.
Nel 1854 un laboratorio di legatoria di libri.
Nel 1856 un laboratorio di falegnameria.
Nel 1861 una tipografia.
Nel 1862 una officina di fabbro ferraio.
Intanto nel 1850 è nato anche un convitto per studenti, con dodici
studenti che diventano centoventuno nel 1857.
Nel 1862 dunque l'oratorio conta seicento ragazzi interni e altrettanti
esterni.
Oltre i sei laboratori ci sono scuole domenicali, scuole serali, due
scuole di musica vocale e strumentale, e trentanove salesiani che con don
Bosco hanno dato inizio a una congregazione religiosa.
Nel frattempo - a seminario diocesano chiuso - egli ha curato anche le
vocazioni sacerdotali. Al termine della sua vita (1888), da Valdocco
saranno uscite diverse centinaia di preti "nuovi" perché provenienti dalle
classi povere.
Nel frattempo ancora - sempre per i suoi ragazzi - don Bosco è diventato
scrittore: scrive una storia sacra ad uso delle scuole, una storia
ecclesiastica, una storia d'Italia, molte biografie e opere educative. Una
cinquantina di titoli. Ha scritto perfino un volumetto sul "sistema
metrico decimale ridotto a semplicità": tale nuovo sistema doveva entrare
in vigore nel 1850 e doveva essere insegnato nelle scuole a partire dal
1846, ma il governo non aveva preparato nessun testo. Considera ogni
volumetto "un atto di amore" per la Chiesa e per i suoi ragazzi. Un suo
manuale di formazione per giovani, piuttosto voluminoso, raggiunse nel
1888 la 118a edizione.
Abbiamo seguito intanto don Bosco fino agli inizi degli anni '60: manca
ancora un quarto di secolo alla sua morte. Per allora avrà inoltre curato
la pubblicazione di 204 volumetti di una "Biblioteca della gioventù
italiana" (con testi latini e greci), avrà aperto i primi cinque collegi,
fondato una congregazione femminile, avrà costruito il Santuario di Maria
Ausiliatrice e la chiesa del Sacro Cuore a Roma, avrà fondato 64 case
salesiane in sei nazioni e missioni in America Latina, e avrà 768
salesiani. Avrà compiuto viaggi apostolici trionfali in Francia e Spagna,
paesi in cui tutti vorranno conoscere "l'uomo della fede" (titolo con cui
è universalmente noto).
In Francia resterà quattro mesi, nel 1883, viaggiando dovunque. Quando
giunge a Parigi, Le Figaro scrive che davanti alla sua casa "file di
carrozze stazionano tutto il giorno già da una settimana". Il Cardinale
Lavigerie Io chiama "il San Vincenzo de' Paoli dell'Italia".
Un particolare significativo: nel 1883 la tipografia di don Bosco era
quella meglio attrezzata di Torino. Nel 1884 alla "Esposizione nazionale
dell'Industria, della Scienza e dell'Arte", don Bosco ebbe a disposizione
una galleria speciale sul cui ingresso si leggeva a caratteri cubitali la
scritta:
DON BOSCO: FABBRICA DI CARTA, TIPOGRAFIA, LEGATORIA E LIBRERIA SALESIANA
Fu il primo prete espositore in una Esposizione nazionale dedicata al
lavoro. Dice lo storico che chi leggeva la scritta, prima rideva, pensando
di trovare dentro il solito bazar di robe da sacrestia, poi entrava e
restava allibito di poter assistere dal vivo all'intera catena di lavoro.
Non era mai avvenuto a nessuno di poter assistere a tutto il processo con
cui dagli stracci per fare la carta si arriva all'uscita del volume,
illustrato con centinaia di incisioni e ben rilegato. Un giornale di
Reggio Emilia scrisse che la galleria di don Bosco era una delle poche
sempre affollate.
Quest'attività impressionante pone veramente la domanda sul significato
storico dell'opera di don Bosco.
Oggi chiunque può permettersi, senza rischio, qualunque banalità e
qualunque brutale giudizio quando parla di cose e persone di Chiesa, tanto
molti cristiani accettano tutto e condividono tutto: hanno paura di essere
trionfalistici; ogni critica e ogni deprezzamento della loro storia va
loro bene. A volte si fustigano anche da soli, tanta è la voglia di
apparire moderni. Caso mai, se si esagera, sorridono un po'. Dagli oratori
salesiani, in questi 125 anni di storia della nostra nazione, sono usciti,
formati in tutti i sensi, milioni di italiani. Ma milioni di uomini
appaiono "patetici" alle idee di qualcuno, dato che San Giovanni Bosco non
aveva posizioni politiche avanzate ne' intelligenti analisi sociali
progressiste.
Semplicemente vedeva il bisogno e interveniva. Ma interveniva su uomini
concreti, quelli che la storia la fanno tutti i giorni anche se sembrano
"patetici" di fronte alle grandi sintesi storiche dei professori.
In un promemoria che lo stesso don Bosco scrisse a Francesco Crispi si
legge:
"Dal registro consta che non meno di centomila giovinetti, assistiti,
raccolti, educati con questo sistema, imparavano la musica, chi le scienze
letterarie, chi arte e mestieri, e sono divenuti virtuosi artigiani,
commessi di negozio, padronI di bottega, maestri insegnanti, laboriosi
impiegati e non pochi coprono onorifici gradi nella milizia. Molti anche,
forniti dalla natura di un non ordinario ingegno, poterono percorrere i
corsi universitari e si laurearono in lettere, in matematiche, medicina,
leggi, ingegneri, notai, farmacisti e simili".
Davanti a don Bosco qualcuno storce il naso perché in politica - in una
situazione politica complessa e violenta - preferì astenersi da un lato
(gli bastava, come diceva, "la politica del Pater noster"), e dall'altro
scelse il principio apparentemente facile di stare col Papa.
Nell'epoca in cui tutti - anche gli anticlericali - gridavano: "Viva Pio
IX", perché speravano in un Papa liberale, don Bosco insegnava ai suoi
ragazzi che bisognava invece gridare "viva il papa"
Egli era, secondo la sua espressione, attaccato al pontefice " più che il
polipo allo scoglio".
Interrogato sulla questione romana, perché prendesse posizione, don Bosco
rispondeva:
" lo sono col Papa, sono cattolico, obbedisco il Papa ciecamente. Se il
Papa dicesse ai piemontesi: Venite a Roma, allora io pure direi: Andate.
Se il Papa dice che l'andata dei, piemontesi a Roma e un furto, allora io
dico lo stesso. Se vogliamo essere cattolici, dobbiamo pensare e credere
come pensa il Papa ".
Le questioni e i personaggi in questione, allora non erano mitizzati come
lo sono oggi nei nostri libri dì storia: apparivano come erano con tutta
la loro ambiguità, meschinità. D'altra parte ancora, l'opera di quei preti
che allora si schierarono politicamente "col popolo, per l'unità" resta
nella storia assolutamente irrilevante.
D'altra parte ancora, don Bosco fu l'uomo di cui tutti, Chiesa e Stato, re
e pontefice, ministri e cardinali, sapevano di potersi servire quando
bisognava assolutamente trovare un accordo.
Quando bisognò risolvere la questione delle diocesi italiane dopo
l'unificazione (sessanta diocesi erano senza vescovo), le lunghe
trattative ebbero don Bosco come intermediario.
Un altro episodio significativo: fu proprio il ministro Rattazzi che
spiegò spontaneamente a don Bosco come fondare una congregazione
religiosa, nonostante la soppressione degli ordini religiosi da lui stesso
decretata (la famosa legge Rattazzi del 1855). " Rattazzi - disse don
Bosco - volle con me combinare vari articoli della nostra Regola,
riguardanti il modo dì comportarci rispetto al Codice Civile e allo Stato
".
In pratica gli insegnò abilmente a fare una congregazione che al suo
interno fosse governata dalle normalI leggi ecclesiastiche e che al suo
esterno - rispetto allo Stato - fosse governata secondo le leggi civili
che regolano le diverse associazioni di mutuo soccorso o altro genere.
L'intuizione geniale di "creare una società religiosa che davanti allo
Stato fosse una società civile" gliela diede Rattazzi stesso. L'idea
sorprese perfino i Vescovi. Nasceva dall'affetto che Rattazzi,
anticlericale convinto, aveva per don Bosco.
Ancora, davanti a don Bosco si storce il naso perché egli non contestò
l'assetto sociale del suo tempo e le divisioni in classi, ma aiutò i
poveri restando dentro quel sistema. Cioè: chiedendo l'elemosina ai
ricchi. Anche questa critica significa ragionare solo con i principi e non
con i fatti. Certo, mentre don Bosco fondava il suo secondo oratorio, Marx
scriveva il Manifesto. Don Bosco aveva un suo giudizio abbastanza preciso
sulla situazione, anche se non rifletteva scientificamente sulla vastità
internazionale del fenomeno pauperista e dei rivolgimenti che si
preparavano.
Ma egli rifiutò di fare il "prete sociale" e il politico perché sentì che
la sua vocazione era l'intervento immediato, l'amore che subito si
rimbocca le maniche e sì mette al lavoro. C'è chi è chiamato a battersi
contro le cause dell'ingiustizia e chi è chiamato a battersi subito contro
i suoi effetti. Ad ognuno la sua vocazione: tutte sono importanti, quella
di chi riflette e prepara analisi e progetti e quella di chi intanto deve
amare, deve accogliere, deve salvare perché i poveri non possono attendere
le grandi analisi e i grandi progetti. "Lasciamo agli altri ordini
religiosi più formati di noi, diceva, le denunce, l'azione politica. Noi
andiamo diritti ai poveri".
D'altra parte, perfino Pertini scrisse di aver imparato nelle scuole
salesiane "un amore senza limiti per tutti gli oppressi e i miseri: la
mirabile vita del vostro Santo mi ha iniziato a questo amore".
Ed è interessante ancora sapere che alcuni dei primi contratti
d'apprendistato fatti in Italia - con vere e rivoluzionarie novità sociali
- sono scritti e firmati da don Bosco.
Un ultimo aspetto non era stato finora mai rimproverato a don Bosco: la
sua capacità educativa.
Oggi c'è anche chi accusa don Bosco d'aver avuto una pedagogia "funebre",
"regressiva", "un disegno pedagogico quasi ossessivo".
Nel 1920 un celebre pedagogista anticlericale e non credente ma onesto,
Giuseppe Lombardo Radice, scriveva ai suoi: "Don Bosco era un grande che
dovreste cercare di conoscere. Nell'ambito della Chiesa...egli seppe
creare un imponente movimento di educazione, ridando alla Chiesa il
contatto con le masse che essa era venuta perdendo. Per noi che siamo
fuori della Chiesa e da ogni Chiesa, egli è pure un eroe, l'eroe
dell'educazione preventiva e della scuola-famiglia. I suoi prosecutori
possono essere orgogliosi".
E ancora: "Don Bosco? Il segreto e in un idea! Le nostre scuole: molte
idee. Molte idee può averle anche un imbecille, prete o non prete, maestro
o non maestro. Un'idea e difficile; un'idea vuol dire un'anima"
Dopo sessant'anni, quelli che contestano don Bosco hanno evidentemente
"moltissime idee". Nel 1877 don Bosco diede alle stampe un breve fascicolo
intitolato: Il sistema preventivo dell'educazione della gioventù.
Anzitutto la prima prevenzione era la persona stessa dell'educatore, la
sua assoluta dedizione.
"Ho promesso a Dio che fino l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei
poveri giovani - diceva don Bosco. Io per voi studio, per voi lavoro, per
voi vivo, per voi sono anche disposto a dare la vita"
"Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte mattina
e sera, in qualunque momento".
La prevenzione comincia a questo livello di dedizione totale del
educatore, dedizione che don Bosco intendeva nei termini più concreti
possibili, fino a esigere che anche i direttori delle sue case stessero in
mezzo ai ragazzi in tutti i momenti, anche ricreativi: dovevano essere
visibili, percepibili, incontrabili, familiari.
Allora, in un regime educativo fondato sull'autoritarismo, era una vera e
propria rivoluzione, un'impostazione capovolta. La disciplina non doveva
essere ottenuta col castigo, ma con la persuasione e non aveva bisogno di
"schieramenti": non aveva cioè come ideale la fila ben ordinata, ma
l'assembramento intorno all'educatore.
Il corrispondente di un giornale francese (Pèlerin) nel 1883 scrisse in un
suo articolo:
" Noi abbiamo visto questo sistema in azione. A Torino gli studenti
formano un grosso collegio, in cui non si conoscono file, ma da un luogo
all'altro si va a mo' di famiglia. Ogni gruppo circonda un insegnante,
senza chiasso, senza irritazione, senza contrasti. Abbiamo ammirato le
facce serene di quei ragazzi né ci potevamo trattenere dall'esclamare: qui
c'è il dito di Dio! ".
L'allegria doveva essere la molla naturale che agganciava il
soprannaturale: "Devi sapere - spiegava il piccolo Domenico Savio a un
compagno appena arrivato - che qui facciamo consistere la santità nello
stare molto allegri".
L'imposizione doveva essere abolita anche là dove era consacrata dall'uso
e dall'importanza della questione: allora non c'era ambiente educativo
giovanile in cui non fossero obbligatorie la confessione e la comunione.
Don Bosco confessava e comunicava tutti i ragazzi, ma nessuno era tenuto a
farlo. Anzi raccomandava sempre di non annoiarli con gli obblighi. Solo
incoraggiarli. Semplicemente gli dimostrava che, senza la pace del cuore,
non potevano essere veramente felici, veramente ragazzi.
D'altra parte don Bosco era profondamente convinto che senza familiarità
con Dio, senza "religione", non è possibile educare.
"L'educazione, diceva, è cosa del cuore e Dio solo ne è il padrone e non
potremo riuscire a niente se Dio non ci dà in mano la chiave di questi
cuori". E aggiungeva: "Soltanto il cattolico può con successo applicare un
metodo preventivo".
Riusciva a convincere di questo perfino qualche protestante che andava a
trovarlo per imparare. Le espressioni che possono sembrare "intolleranti"
fanno parte appunto di quell'"idea" totalizzante che fa un vero educatore.
L'idea che don Bosco ha dell'educatore è totale, totale l'idea della sua
attività, totale l'idea del bisogno educativo.
Non c'è un aspetto che egli ritenta di dover trascurare o che sia indegno
dell'educatore, sia che si tratti di far da mangiare, o di tagliare un
abito, o partecipare a un gioco o insegnare un mestiere, o istruite, o far
musica, o pregare o predicare, o confessare, o dare l'eucaristia.
Nel 1884, quando il santo era ancora vivente usci una biografia di don
Bosco, scritta da un autore francese. Diceva: " Fino ad ora i fondatori di
Congregazioni e di Ordini religiosi si sono proposti un fine speciale in
seno alla Chiesa essi vi hanno praticato la legge che gli economisti
moderni chiamano la legge della spartizione del lavoro. Don Bosco sembra
aver concepito I'idea di far compiere alla sua umile comunità tutto il
lavoro ".
Ragione, religione, amorevolezza era d trinomio su cui don Bosco intendeva
fondare la sua opera preventiva.
All'educando bisognava offrire tutto intero lo spazio della vita.
Soprattutto - amorevolezza aveva una connotazione particolare. Si può
infatti amare molto e combinare poco.
Scriveva in una sua celebre lettera da Roma, nel 1884: "Ma i miei giovani
non sono amati abbastanza? Tu sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho
sofferto e tollerato nel corso di ben quarant'anni e quanto tollero e
soffro anche adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante
opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi pane, case, maestri, e
specialmente per procurare la salute delle loro malattie.
Ho fatto quanto ho saputo e potuto per coloro che formano l'affetto di
tutta la mia vita... Che cosa ci vuole ancora dunque?".
E la risposta era: "Che i giovani non solo siano amati ma che essi stessi
sappiano di essere amati".
Ai tempi di don Bosco ciò era talmente vero che un suo ragazzo - divenuto
adulto - rispondeva a chi lo interrogava: "Noi vivevamo d'affetto".
Questa è la genialità di don Bosco: non basta amare, bisogna far vedere
che si ama, renderlo percepibile: "Un amore che si esterna in parole, atti
e perfino nell'espressione degli occhi e del volto".
E questo esige un'ascesi profonda, un coinvolgimento totale o quotidiano.
Nel 1883 andò a trovarlo un pretino lombardo, incuriosito di ciò che
sentiva dire di lui. Diventerà Papa Pio XI, colui che proclamerà "Santo"
don Bosco.
Dovette aspettare, perché don Bosco aveva radunato i direttori delle sue
case e parlava con loro. Intanto il pretino osservava. Quasi cinquant'anni
dopo - ormai Papa - raccontava così quel!' incontro:
" C'era gente che veniva da tutte le parti, chi con una difficoltà chi con
un'altra. Ed egli in piedi come se fosse una cosa di un momento, sentiva
tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto. Un uomo che era attento a
tutto quello che accadeva attorno a lui e nello stesso tempo si sarebbe
detto che non badava a niente, che il suo pensiero fosse altrove. Ed era
veramente così: era altrove, era con Dio. E aveva la parola esatta per
tutti, così da meravigliare. Questa la vita di santità, di assidua
preghiera che don Bosco conduceva tra le occupazioni continue e
implacabili ".
Ma questa era appunto una capacità educativa - su di sé e sugli altri -
divenuta ormai santità.
Negli ultimi mesi si trascinava a fatica: "Dove andiamo, don Bosco?" gli
dicevano. Rispondeva: "Andiamo in Paradiso"
Fu proclamato Santo alla chiusura dell'anno della Redenzione, il giorno di
Pasqua del 1934.
E fu il primo Santo della storia per il quale, il giorno dopo la
canonizzazione, anche la Stato tenne una celebrazione in Campidoglio con
discorso del ministro della Pubblica Istruzione.
Era anche questo un riconoscimento di come ormai don Bosco appartenesse a
tutti. Fino a oggi.
Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book
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